“Io questo lo sego”

ShanghaiÈ quello che pensai subito, la prima volta che lo vidi. Non aveva ancora parlato, e le nostre mani non si erano ancora unite nella stretta con la quale noi manager ci scambiamo, attraverso onde di energia impercettibili agli umani, nome, grado, reddito imponibile e posizione nella catena alimentare. Non avevo ancora letto niente di lui, di come andava, se era bravo o meno, se era “in budget”, o se, come la gran parte dei nostri capi filiale, stava invece annegando. Era proprio una sensazione di pelle.

Grasso, poco curato, nemmeno la gentilezza di mettersi una giacca il giorno che incontrava il suo nuovo capo. E poi tedesco. Un tedesco a capo della filiale in Cina, scelto in base ad alcuni oscuri meriti, il più ragionevole dei quali sembrava essere il fatto di avere una moglie cinese. Lamentoso, polemico, vago sulle analisi. La barzelletta del cattivo venditore, quello per cui i nostri prodotti non sono mai buoni, la concorrenza sempre troppo forte, i nostri prezzi sempre troppo alti.

E andava male. Due uffici, Pechino e Shanghai. Vista sulla città’ nuova attraverso il fiume, ufficio d’angolo naturalmente. Quindici dipendenti, incluso il suo autista, che costava poco, e’ vero, ma vabbè. Profitto operativo sotto zero, pagava i dipendenti e il suo oltraggiosamente alto stipendio con quello che gli trasferivamo da Zurigo. “E’ un mercato complicato, ci vuole tempo. La burocrazia cinese, e poi lavorano poco, le decisioni vengono prese con lentezza” si lamentava, nel suo inglese metallico e con quell’aria di superiorita’ che mi aveva fatto subito innamorare. “Io questo lo sego”, ripensai molte volte durante quel primo incontro.

Invece feci quello che dovevo fare. “Facciamo un piano insieme, diamoci delle scadenze”. Accetto’ con una certa sdegnosa condiscendenza, e incominciammo a provare a mettere assieme qualcosa di sensato. Sconti speciali, training ai distributori, un paio di eventi, un piano di visite clienti. Ovviamente lui era troppo impegnato con attività ben più importanti di quelle necessarie per salvarsi il culo, e per definire questi dettagli, per lui insignificanti, mi assegno’ un ragazzo di una trentina d’anni del suo team.

Fu un errore.

(Continua)

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