“Io questo lo sego” – 2

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Il ragazzo era molto sveglio, e come molti cinesi aveva occidentalizzato il suo primo nome in omaggio all’ignoranza di noi farang, incapaci di pronunciarlo decentemente. Si faceva quindi chiamare Martin (il nome vero non l’ho mai saputo), un nome comune anche in Svizzera (altro segno d’attenzione). Era ancora un po’ acerbo, ma sveglio, e ambizioso. I suoi genitori erano in campagna, lui era ingegnere e in futuro voleva fare un master “ma non in Cina”. Lavorai due giorni con lui, lasciai i compiti da fare al tedesco, e me ne tornai a casa con un certo sollievo, nonostante il mio amore per l’Asia.

Atterrai a Zurigo il sabato mattina, e trovai un messaggio di Peter che mi chiedeva se volevo raggiungerlo a casa sua per colazione. Recuperai il bagaglio, mi feci una doccia nella Senator Lounge di Swiss, e presi un taxi. Era una giornata limpidissima, tanto più gradevole dopo le nebbie e i fumi cinesi, e dal terrazzo di Peter si godeva una vista gloriosa del lago di Zurigo. Il suo appartamento da single, un duplex nel quartiere elegante di Zollikon, non lasciava dubbi sulle sue origini e disponibilità economiche. Erede di una delle famiglie più ricche del paese, invece di presentare la tesi di dottorato all’ Istituto Federale di Tecnologia aveva preferito prendere in mano una delle aziende fondate dallo zio, e da una decina d’anni la guidava con una certa pragmatica abilità attraverso uno dei periodi più burrascosi nella storia di quell’industria. Mi piaceva, Peter, e io piacevo a lui, almeno fino a quando avrebbe avuto bisogno di me. Mi aveva assunto due mesi prima su indicazione di un cliente comune che sapeva sarei rientrato in Europa a breve. Il colloquio d’assunzione era durato meno di un quarto d’ora.

La colazione Peter se la faceva arrivare direttamente da Sprüngli, sulla Bahnofstrasse, e io ero talmente affamato che dovetti trattenermi dal divorare tutte quelle croissant tiepide ripiene del cioccolato migliore del mondo. Peter si informò con cortesia su come era stato il volo, sul tempo e su altre amenità, e con naturalezza calvinista spostò poi gradualmente il discorso sugli affari. Ero stato in Asia due settimane, visitando i principali clienti, le nostre filiali a Singapore e in Cina, e adempiendo alle formalità burocratiche per entrare ufficialmente nei rispettivi board. Era il mio primo viaggio nella regione per conto di Peter, ed immaginai che lui fosse più interessato alle mie impressioni che non ai dati di vendita, che conosceva peraltro benissimo.

Una specie d’istinto mi suggerì di soffermarmi a lungo su Singapore. Il nostro capofiliale, un cinese chiu-chow che si faceva chiamare YL, era benvoluto da tutti: dagli svizzeri perché si comportava come uno svizzero, e dai cinesi perché…beh, perché era un cinese, e nel sud-est asiatico, per fare affari, essere cinesi era importante. Gli immigrati musulmani, indiani o bangladeshi, non avevano ancora raggiunto uno status tale da essere presi sul serio dalle banche o dai grandi investitori internazionali, mentre i cinesi erano già alla terza generazione di una comunità laboriosa e affamata.

YL era famoso per la sua paranoia. In ufficio teneva un PC che aveva installato personalmente e teneva staccato da tutte le reti, compresa quella elettrica, alimentandolo con delle batterie che cambiava e ricaricava. Su quel PC calcolava i prezzi per tutte le offerte importanti che faceva, che poi stampava (stessa procedura per la stampante) e inviava con la posta ordinaria. Quando gli chiesi la ragione, mi disse “per gli hacker”, e di fronte al mio scetticismo insisteva: “lo sai quanto costa a Shenzhen un hacker bravo? 50 dollari a settimana. Vuoi sapere i prezzi della concorrenza? 50 dollari” insisteva ridendo, e facendomi il segno di 50 dollari con la mano aperta. “Non che io ne abbia mai fatto uso” concludeva con un sorrisino innocente. Ma YL era un amico, grande lavoratore, sincero sulle cose importanti. Andavamo d’accordo. Peter e io ridemmo un po’ parlando di YL, e trovandoci entrambi soddisfatti di come faceva andare avanti le cose dalle sue parti.

Poi ci fu un silenzio, un’esitazione, una domanda fatta senza guardarmi: “E il nostro amico a Shanghai, come lo hai trovato?”.

Dovevo essere cauto. Ero in azienda da due mesi, non sapevo chi lo aveva messo lì, il tedesco-con-moglie-cinese, non sapevo cosa ne pensasse Peter. Francamente, dovevo dargli anche il beneficio del dubbio, prendere sul serio l’opportunità che io stesso gli avevo dato per rimettersi in carreggiata. “Dobbiamo lavorarci sopra”, risposi, e Peter sorrise senza aggiungere altro. Io pensai intanto al mio notebook, dove avevo annotato l’email privata e il numero telefonico di Martin, il cinese che aveva deciso di farsi chiamare come un postino di Aarau o un tranviere di Solothurn.

Continua – 2

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