Garotas de Ipanema

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“Prova con un altro po’ di Cachaça, fidati” disse Roberto versandosene un bicchierino nel piattone pieno di feijoada e passandomi la bottiglia. Ci eravamo trovati d’accordo sul fatto che l’unico modo ragionevole per digerire uno dei pasti più pesanti del mondo fosse annaffiarlo con quella grappa tropicale, aspra e aromatica, fatta con la canna da zucchero. Versarla direttamente nel piatto era un’abitudine locale che quel giorno avevamo deciso di adottare.

Eravamo in un ristorante di Rio de Janeiro che Roberto si era fatto consigliare da amici del posto. Da quando aveva saputo che impazzivo per la feijoada aveva sempre trovato il modo di farmela trovare ogni volta che andavo in Brasile. Un piatto povero, come tutti i piatti veramente buoni: i pezzi meno pregiati del maiale che gli schiavi raccattavano nelle cucine dei latifondisti di Salvador de Bahia o di Recife, e che poi cuocevano in pentoloni pieni di fagioli neri e farina di manioca. Orecchie, zampe, musi, code, cotenna: le parti più grasse e cartilaginose, che avevano bisogno di ore e di giorni per essere cotti. Una versione meno romantica della storia parla di un piatto importato dalla soldataglia portoghese, ma io preferisco la prima. E poi forse sono vere entrambe. I ristoranti brasiliani la cucinano tradizionalmente solo due giorni alla settimana, il mercoledì e il sabato. E siccome non sempre mi fermavo il weekend, Roberto mi organizzava la settimana di modo da tenere qualche ora libera il mercoledì pomeriggio, per mangiare e digerire con calma il piatto tipico del suo paese.

Avevamo assunto Roberto qualche mese prima, dopo una selezione lunga e accurata. Cercavamo un General Manager per l’America Latina che fosse capace di farci prendere parte alla festa che si stava svolgendo in paesi che crescevano ritmo del sette per cento all’anno. Avevamo incaricato la società di consulenza Michael Page di occuparsi della selezione, e ci era costato una fortuna. Ma ne era valsa la pena.

Dopo una serie di videoconferenze ero volato a San Paolo con un collega per incontrare i candidati rimasti dopo le prime selezioni. Andare in Brasile in quegli anni era veramente una doccia di energia e di ottimismo. Michael Page ci organizzava i colloqui nella loro sede ad orari assurdi: le dieci, le undici di sera, anche più tardi. All’inizio pensavamo che fosse a causa delle disponibilità dei candidati, e della necessità di convocarli fuori dal loro orario di lavoro. Poi capimmo che per San Paolo, a quei tempi, quelli erano normali orari di lavoro. Arrivavamo alle dieci di sera e gli uffici erano pieni di gente, con le receptionist e le segretarie fresche e sorridenti come fossero state le dieci del mattino. Uscivamo verso mezzanotte e non riuscivamo a trovare un taxi, ci toccava fare la coda al ristorante. E la mattina dopo alle nove tutto ricominciava.

Il lavoro del manager in realtà é molto semplice, e si basa su una sola abilità: quella di assumere le persone più adatte per ogni ruolo. Ma quando arrivi ad esaminare una short list di tre persone, selezionate da una rosa di un centinaio, per una funzione di General Manager, in una regione che fattura una cinquantina di milioni di dollari all’anno, la scelta non è facile. In questo caso si hanno di fronte persone di straordinario valore, spesso molto migliori di chi le seleziona, e con curriculum molto simili tra loro. Io seguo sempre il criterio di scegliere la persona che non mi sarei stancato di sentire al telefono tutti i giorni, o di incontrare in ufficio all macchina del caffè. Uno che non mi avrebbe fatto sbuffare alla prospettiva di un viaggio insieme a visitare clienti. Con questo criterio scelsi anche Roberto, e fu una buona scelta.

Roberto era originario di Mina Gerais, dove aveva ancora un ranch che lo riforniva di carne e verdure tutte le volte che ci tornava per il fine settimana, ma era un paulista adottivo fatto e finito. Elegante, ironico, comunicativo, parlava bene anche il tedesco grazie agli anni passati a Monaco quando lavorava per Siemens, dove assieme alla lingua aveva appreso anche un certo rigore teutonico. Uno stile di leadership molto naturale, non lo ho mai sentito dare un’ordine a qualcuno, ma i suoi collaboratori lo rispettavano e lo seguivano. Una rete di contatti molto vasta, ben conosciuto dai clienti, il suo ingresso in azienda segnò davvero l’inizio di quella fase nuova che auspicavamo. Andavo a trovarlo ogni quarter per la revisione e per visitare qualche cliente (il solito gioco delle parti, in cui il capo che viene dalla Svizzera fa il poliziotto buono o quello cattivo a seconda dei casi), ma la vera ragione era che lo consideravo un amico, e mi piaceva passare del tempo con lui, in quel suo paese che sembrava nato dal racconto di un poeta ubriaco. E poi c’era la feijoada.

Quando finimmo di pranzare, decidemmo di fare una passeggiata fino alla spiaggia per digerire. Ci fermammo prima ad un baracchino per prendere un’altro espresso (il Brasile é l’unico paese al mondo in cui si beve un caffè buono come in Italia) e per accenderci i Montecristo Numero 2 che avevo comprato all’aeroporto. Avevamo due buone orette prima di prendere un taxi per il nostro appuntamento del pomeriggio.

Ci sono città dove potrebbero portarmi bendato, di notte, lasciandomi nell’angolo più buio ed anonimo, e le riconoscerei lo stesso, come si riconosce qualcuno dalla sua sagoma, dal modo di camminare, dal profumo dei capelli. Gerusalemme, Praga, Hong Kong, Marsiglia: certe città sono proprio come persone, persone che conosci. La luce morbida anche in pieno sole, il cielo altissimo, il ruggito profondo e cupo dell’ oceano, la sfilata superba e indifferente dei giovani più belli del mondo, gli odori mischiati dei gas di scarico e del pesce non lasciavano dubbi sul fatto che in quel preciso momento io fossi a Rio de Janeiro.

Arrivammo ad Ipanema e ci sedemmo sotto l’ombrellone di un bar. Stavamo lì, parlando poco, godendoci la nostra amicizia, il caffè e i nostri sigari.

Quando si avvicinò l’ora del nostro appuntamento, non ci decidevamo ad alzarci. Una battuta, uno scherzo in più, l’ultimo caffè: ogni scusa era buona per ritardare di un poco il nostro pomeriggio di qualche ora. Sembrava quel film di Buñuel, dove gli invitati di una cena non riuscivano ad alzarsi e ad uscire dalla stanza, benché non ci fosse nulla di apparente a trattenerli, a parte la loro volontà.

Finché Roberto lo disse: “Senti, rimaniamo qui?”

Una domanda assurda, scandalosa. Quasi offensiva, a pensarci bene. Ero il suo capo, e lui mi proponeva di rimandare un appuntamento per il quale ero volato per quindicimila miglia. E poi non era certo da lui, Roberto era il nostro brasiliano-tedesco, il manager rigoroso e preciso che tanto apprezzavamo. Bucare un appuntamento, come due studenti che fanno fuga da scuola. Incredibile.

Questo era a quello che avrei dovuto pensare. Invece mi vennero in mente tutte le cose a cui avevo rinunciato per lavoro, ma non il motivo per cui lo avevo fatto: l’ultimo compleanno di mia nonna, per una riunione non ricordo nemmeno con chi. Il raduno degli Alpini nella mia città a causa di un viaggio, non ricordo dove. Una domenica senza mia moglie per scrivere un rapporto che nessuno avrebbe letto. Mi chiesi cosa era rimasto di tutto quel lavoro, e per la prima volta pensai che non ne era valsa la pena. Mi sentivo come qualcuno che avesse subìto un furto, e sapevo che il ladro ero io.

Forse Roberto pensava le stesse cose, e credo che nessuno dei due avesse voglia di rinunciare ad un pomeriggio come questo, passato con un amico, fumando sigari, guardando le ragazze e bevendo caffè ad Ipanema. In mancanza di un significato, almeno guadagnare un ricordo in più da portarsi dietro.

“Si, rimaniamo qui” gli risposi, con naturalezza. Digitammo qualcosa alle rispettive segretarie, mettemmo via i telefoni e ordinammo un’altra Cachaça.

Io però, prima, scattai la foto che vedete qui sopra.

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