Wuthering Heights (1)

Presi servizio una bella mattina di aprile. Avevo avuto dieci giorni per rimettermi dalle fatiche del corso Allievi Ufficiali, grazie a una cura a base di tagliatelle della mamma, docce con biancheria pulita e attenzioni della mia ragazza, e non potrei dire quale di queste tre cose mi fosse mancata di più, nei cinque mesi di addestramento. Mi ero classificato secondo su centoquattro (primo era arrivato un certo Scaglia, un milanese che poi avrebbe fatto parecchia strada nella vita), e quindi mi ero guadagnato il diritto di scegliere la destinazione di servizio. Scelsi ovviamente il posto più vicino a casa (e alle tagliatelle, e alla morosa), anche se si trattava di uno dei reparti più operativi del Quarto Corpo d’Armata Alpino.

Mi piacque subito. L’efficienza informale di un reparto in cui sottufficiali andavano e venivano da missioni internazionali, anziché impigrirsi in caserma, la burbera ospitalità alpina, l’atmosfera goliardica della “calotta” (la associazione informale degli ufficiali inferiori) si manifestarono tutte insieme il mio primo giorno di servizio. Anzi, il nostro primo giorno di servizio, dato che arrivai con cinque compagni di corso. Al contrario di me, non la avevano scelta loro, quella destinazione. Per loro significava ore di viaggio da casa, e la scelta tra dormire negli spartani alloggi ufficiali della caserma o affittare una stanza in un anonimo garni nelle vicinanze, in una città che non aveva mai amato particolarmente gli Alpini, considerandoli, in effetti, una truppa d’invasione.

Ci fu la semplice e bella cerimonia del nostro giuramento da ufficiali, celebrata consegnando simbolicamente la sciabola al nostro comandante e salutando la bandiera del reparto, che era stata anche in guerra. Venimmo poi assegnati ai nostri reparti, e mi trovai, del tutto inaspettatamente, a comandare un’intera compagnia, compito che spettava normalmente ad un capitano, o ad un tenente esperto, non certo a un “prima nomina”, e di complemento poi. Ne fui lusingato, anche se credo che la ragione fosse più dovuta ai misteri della distribuzione incarichi del ministero, che non alle stima o alle aspettative del mio Colonnello. Finimmo la prima giornata al circolo ufficiali (e che emozione entrarci per la prima volta), consumando con i colleghi più anziani la generosa riserva di alcolici che il nostro corso aveva offerto, come da tradizione, per ingraziarsi la loro benevolenza.

Imparai lì, a dirigere altre persone, e dopo quella esperienza non ebbi bisogno di imparare altro. Capii che i gradi sulle spalline non ti garantiscono il rispetto, ma solo l’opportunità di guadagnartelo realizzando aspettative più elevate. Compresi l’importanza di ascoltare prima di decidere, e poi di decidere senza esitare. Provai a capire quello che motiva davvero le persone e le loro azioni, e qualche volta ci riuscii. Mi piaceva partecipare alle esercitazioni, le marce in montagna, le gare di tiro. Insomma, mi divertivo. Sapevo che era solo un periodo, che mi aspettavano offerte di lavoro nel mondo reale, dove mi ero laureato da poco, ma devo ammettere che mi aveva sfiorato l’idea di firmare per rimanere nell’esercito, e il mio comandante mi aveva fatto capire che mi avrebbe appoggiato. Ma erano solo pensieri.

Arrivò in fretta l’estate, una strana estate, fredda e piovosa. Una notte di luglio stavo dormendo a casa di mia madre quando il telefono squillò. Era l’ufficiale di picchetto, uno del mio corso, un ragazzo di Brescia. “Gianni devi venire in caserma, siamo in allarme”. “Fabio, se é uno scherzo giuro che t’inculo col FAL”. “No,é serio, pirla, muoviti. Mettiti la mimetica e porta anche i vibram, se vieni da casa. Il Colonnello vuole tutti i comandanti di compagnia, solo che sono tutti in ferie, cazzo, non trovo nessuno!”. “Dai, tranquillo, arrivo”.

Non era uno scherzo. Le luci nelle camerate erano accese, incontrai un sergente della mia compagnia. “Cosa succede?” “Non si capisce, dice che forse dobbiamo partire. Gianni, io devo andare in licenza domani, anzi, oggi, ma se hai bisogno rimango”. “Grazie, fammi parlare col comandante, ti faccio sapere”. Andai dall’ufficiale di picchetto, quello che mi aveva telefonato, e lui mi accompagnò dove ci aveva convocato il Colonnello, nella sala accanto al suo ufficio. Quando il Colonnello entrò mi resi conto con un certo sgomento che ero, dopo di lui, il più alto in grado tra i presenti. Per le altre compagnie c’erano infatti solo dei marescialli, e l’ufficiale di picchetto, che era del mio corso, era inferiore di anzianità essendo arrivato più basso in classifica (una cosa sulla quale non finivo mai di prenderlo in giro). Fui quindi io a dare l’attenti e a presentare la forza. Ci furono pochi preamboli: “C’è stata una catastrofe naturale in Lombardia, dobbiamo andare a garantire le comunicazioni radio e telefoniche per le forze di soccorso e logistiche, dato che il Terzo  non riesce ad arrivarci. Tenente, deve portare il suo reparto qui”, mi disse, indicando un punto su una carta geografica, “Quando arriva, si presenti al primo ufficiale dei carabinieri che trova, e si metta a disposizione. É tutto, grazie, riposo, si muova”.

“Salvatore, mi sa proprio che non ci vai in licenza, oggi. Siamo solo io e te. Mi serve la compagnia schierata in piazza d’armi tra venti minuti, assetto da manovra, armi e fureria, tre ponti e tutte le radio.” Quella sera fui grato al mondo per due cose: la sempre troppo sottovalutata professionalità dei sottufficiali dell`Esercito Italiano, e il mio istinto, che mi aveva suggerito di farmi molti amici tra i marescialli della caserma. Anche quelli che non erano della mia compagnia si diedero da fare per preparare i mezzi e le attrezzature, un po’ per dovere professionale, ma molto, credo, anche per l’istinto paterno di dare una mano a un pischello di venticinque anni che stava facendo una cosa che non aveva mai fatto prima.

Alle quattro e mezza di mattina si iniziava a vedere un po’ di luce dietro le montagne. Di fronte e me, schierati e inquadrati, nove camion per il trasporto dei ponti radio, dei generatori e della truppa, tre jeep, un sottufficiale e quarantotto Alpini, ai quali avrei dovuto trovare ricovero e ristoro prima di sera, senza contare il carburante per i mezzi, l’organizzazione di un’armeria, i turni di guardia e le altre diecimila cose che in quel momento ero sicuro di non ricordare. Gli uomini erano più eccitati che preoccupati, ma in qualche modo avvertivo la loro fiducia. Rimanevano ben inquadrati, fermi, sulla posizione di riposo, e dalla loro disciplina traspariva la consapevolezza di essere impiegati per qualcosa di importante. Era un reparto di leva, ma operativo e ben addestrato.

I fari dei mezzi tagliavano il buio assieme alle primi luci dell’alba. Il sergente ordinò l’attenti e mi presentò la forza. Diedi gli ordini di partenza. I motori si accesero, i militari salirono ordinatamente sui mezzi, io salii sulla jeep di testa, uscimmo in una lunga colonna sulla strada deserta. Per un momento, un momento solo, in quel preciso istante, capii la bellezza della guerra.

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