Riprendiamoci la vita, la terra, la luna e l’abbondanza 


“Hanno ammazzato uno dei nostri”. Nostri voleva dire uno della FGCI, se a dire “nostri” era Padoan, giovanissimo dirigente della CGIL. Con le sue giacche da adulto, pallido, davanti a me, all’entrata della scuola. La sera prima i fascisti di Saccucci avevano ammazzato il compagno Luigi Di Rosa a Sezze Romano. Un colpo di pistola contro un ragazzo della mia età, pochi anni di più. Un fratello maggiore. L’età in cui “morte” è una parola senza senso, come “infinito”, o “mai”. In piazza per impedire un comizio fascista, morto accanto a una delle nostre bandiere con la stella. Un compagno della FGCI ammazzato dai fascisti.

Dolore. In un’età in cui si prova dolore vero se muore un compagno, anche se non lo conosci, anche se abitava dall’altra parte d’Italia. O forse era un’epoca così, non so.

“Ho parlato con D’Alema, si va in piazza noi, la FGCI. È uno dei nostri, lo portiamo in piazza noi. Oggi il Partito siamo noi”. E quasi piangeva, veramente. Alessandro, il mio segretario, quello duro, l’ingraiano, piangeva quasi. “Le scuole, tutti fuori”, guardando me. Ero il responsabile cittadino degli studenti medi della FGCI, in una FGCI di studenti medi. E allora via in bicicletta. Si entra in classe anche se c’è lezione (“scusi, prof, è importante”). Oggi assemblea, tutti in aula magna. Stasera alle sette manifestazione antifascista, Piazza Matteotti, venite tutti.

Da Holer, il bar della sinistra cittadina, si organizza il corteo. Portano la loro adesione tutti i movimenti giovanili, i giovani socialisti, i psiuppini, Lotta Continua. Il servizio d’ordine del sindacato. I ciclostile che fumano, basteranno dieci risme? Di fronte al Classico incontro Giuseppe e Luisa, di Comunione e Liberazione. “Ci siamo anche noi, veniamo in gruppo, anche senza striscione se a voi va bene.” Certo che va bene, e ci abbracciamo. I sorci fascisti sono tutti nella loro tana, non se ne vede uno in giro in città.

“Mamma, non vengo a mangiare, sono in Federazione”. “State attenti”. Alle due la Federazione è piena, anche dalla provincia sono venuti a prendere i volantini e le bandiere, in sette su una macchina, o solo per essere lì, nell’unico posto dove si può essere oggi.

“Ha chiamato Marcello. Dice che loro di Lotta Continua, se c’è Comunione e Liberazione, fanno un corteo separato. Secondo me vogliono andare a fare casino sotto la sede del MSI. Pezzi di merda, si vogliono prendere il corteo”. “Se CL aderisce noi la teniamo. È una manifestazione antifascista, cazzo, possibile che non lo capiscano?” “Gianni, parla con Michele, tu lo conosci bene, falli ragionare”.

Michele Morandi, di Lotta Continua, dell’ITI. Notti intere a discutere di politica, quando la notte è l’unico tempo in cui vale la pena vivere. Il compromesso storico, l’estremismo, la rivoluzione. Le gare a contare chi aveva portato più bandiere ai cortei per il Cile. Più di un compagno, più di un amico. Anzi, forse un’altra cosa.

Non so cosa, nemmeno oggi. Quando c’era ero contento, quando non c’era mi mancava, e lo aspettavo. Quando arrivava ero quasi felice. Sapevo che per lui era uguale. Le assemblee infinite, i collettivi studenteschi in quello scantinato che era la loro sede, gli sguardi di intesa quando si sentiva una cazzata davvero, davvero troppo grossa, da qualunque parte arrivasse. Le polemiche feroci, revisionismo e infantilismo. In un’epoca in cui anche tra compagni maschi era d’uso essere sdolcinati e salutarsi con un bacino, noi non ci scambiammo mai nemmeno un abbraccio. Forse nemmeno una stretta di mano, non ricordo. Già le ragazze erano un terrificante, grandioso mistero, figurarsi. E poi Michele e io eravamo troppo sobri, troppo comunisti.

Lo trovo in Via Museo, gli spiego, sa già tutto. “Fammi parlare con quelli, ti faccio sapere”. Ci rivediamo mezz’ora prima del corteo. “Non li ho convinti tutti, ma so come fare. Però mi devi aiutare”. Sapeva come fare, e lo aiutai. Cinque minuti dopo la partenza del corteo, il gruppetto di irriducibili di Lotta Continua era blindato, stretto in un quadrato chiuso dai bastoni delle bandiere di alcuni dei suoi, alcuni dei miei e altri del sindacato. Parla il senatore Mascagni, slogan antifascisti, nessun incidente.

Pochi anni dopo ci saremmo dispersi tutti, chi all’università, chi al lavoro, chi in una famiglia. Alcuni, pochi, in una siringa. Non ci siamo più cercati. Ma io ogni tanto a loro penso. Penso anche a te, Michele. Che vita hai avuto? Sei stato felice, hai avuto figli, hai viaggiato? Ti ricordi di me, di noi?

Per Luigi Di Rosa, militante della Federazione Giovanile Comunista Italiana, ammazzato dai fascisti il 28 maggio 1976.

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