“Io questo lo sego” – 3 (Fine)

 

download

Ci lavorammo sopra. Ci lavorai sopra. Appellandomi alla mia etica professionale, per non farmi influenzare dall’antipatia epidermica per il tedesco-con-moglie-cinese, che sembrava il meno interessato di tutti a mantenere il suo posto di lavoro. Mi chiedevo da quali vorticosi turbini di stupidità autolesionista derivasse la sua sciatteria, la sua altezzosa incompetenza. Lavorai come il Galileo di Brecht, cercando di dimostrare “il contrario di quanto attendevo”, cercando caparbiamente la prova del fatto che la filiale cinese era in buone mani, che con un poco d’aiuto da parte nostra si sarebbe rilanciata, che avevamo la persona giusta al posto giusto.

Non ci riuscì. Ormai la filiale cinese assorbiva quasi quanto i profitti delle altre sei filiali messe insieme, in perdite nette. L’incompetenza di chi la gestiva era acclarata aldilà di ogni ragionevole dubbio. Guardammo i contratti, che garantivano al non-più-nostro uomo una uscita dignitosa ma non oltraggiosamente generosa. Studiammo la procedura per sostituirlo nel board in accordo alle leggi commerciali cinesi. Capimmo subito che ci sarebbe stato bisogno di un colpo secco: il tedesco aveva accesso al sistema informativo, ai prezzi, alle offerte in corso. Ai conti bancari. Nel momento stesso in cui li avessimo comunicato il licenziamento, doveva essere messo in condizioni di non nuocere e di non provocarci nessun danno, fosse per dolo o per stupidità.

Proposi Martin come nuovo responsabile della filiale, ma Peter osservò giustamente che non era ancora abbastanza esperto. La soluzione fu di pianificare la nomina di YL come presidente del board, ma, dato che lui era basato a Singapore, di avere comunque Martin, il cinese che si era scelto un nome svizzero, come responsabile della operatività quotidiana. Presi contatto con YL, negoziammo brevemente il suo compenso per la responsabilità aggiuntiva, ci accordammo sul piano operativo. Fu lui a contattare e coinvolgere Martin, come era giusto, dato che sarebbe stato il suo prossimo capo, e a trovare gli avvocati cinesi per le procedure legali.

Volai a Shanghai un martedì, atterrando a fine pomeriggio. Avevo i documenti con me, e una proposta molto semplice per il tedesco: se lui avesse firmato le dimissioni immediate avrebbe avuto diritto al pacchetto di buonuscita completo e a un trattamento gentile sui comunicati e sulla stampa; altrimenti si sarebbe andati ad una battaglia legale, dove avremmo dimostrato in tribunale le nostre ragioni e la sua incompetenza. Ci incontrammo in una sala del mio albergo lungo il fiume, nella parte coloniale di Shanghai. La sua reazione fu quella che mi aspettavo: isterica, infantile, stupida. Minacciò di tutto, e io lo lasciai parlare finché fece il gesto di alzarsi. A quel punto gli intimai che se fosse uscito da quella porta, anche solo per andare a pisciare, la discussione sarebbe stata considerata conclusa, e la nostra offerta non sarebbe stata più disponibile. Era un bluff ovviamente, ma come ho già avuto modo di dire lui era stupido, e il bluff funzionò.

Firmò le dimissioni, gli chiesi di consegnarmi il badge, le chiavi dell’ufficio, il laptop. Ma il laptop lo aveva lasciato a casa. Non potevo andarmene senza il laptop, con dentro tutti i nostri dati, i prezzi, le offerte, i contatti. Gli dissi che saremmo andati a prenderlo a casa sua. Lui protestò dicendo che erano già le undici di sera, che sua moglie era a casa e avrebbe chiesto spiegazioni, ma dovetti essere irremovibile, spandendo a piene mani altre minacce inconsistenti. Alla fine cedette. Salimmo sulla sua auto, e disse all’autista, che parlava solo cinese, di accompagnarci a casa. Il tragitto durò più di un’ora, durante la quale non smise un momento di parlare e di lamentarsi. Io intervenivo di rado, solo quando il tono saliva troppo, per ricordargli chi comandava, quella sera, e rimettere il cretino al suo posto. Quando arrivammo disse di attendermi in macchina che sarebbe andato a prendere il laptop. Dopo mezzora non era ancora tornato. Il cellulare squillò, e una donna che parlava tedesco con forte accento orientale mi chiese perché avessi licenziato suo marito. Le dissi che era un conversazione che non potevo avere con lei, e di dire per cortesia al marito di sbrigarsi a portarmi il laptop. Dopo un’altra mezzora non si vedeva ancora nessuno. Pensai di dire all’autista di portarmi in albergo, ma anche se continuavo a mostrargli l’indirizzo sul biglietto dell’hotel lui non capiva cosa doveva fare: il suo capo gli aveva detto di attendere, no? Che cosa voleva da lui, adesso, questo farang? Pensai che ero in un luogo che non riuscivo a definire, in Cina, a novemila chilometri da casa, e per quel che ne sapevo, ad altrettanti dal mio hotel, alle due di notte, in una macchina non mia, con un autista che non voleva capirmi. Ero elettrico di adrenalina, ma anche stanchissimo, sia per il viaggio che per il confronto, e cominciavo veramente ad essere a corto di idee. Alla fine intravidi la pancia di birra del tedesco nello specchietto, con il laptop in mano. Gli ordinai di dire all’autista di portarmi in albergo. Non ci salutammo. Non lo vidi più.

Un’ora dopo ero di fronte al mio hotel, alle tre del mattino, e avevo sonno e fame. Notai, in una via stretta dietro all’albergo, l’insegna di un ristorante. Era un ristorante italiano, e mi incuriosì il fatto che il menù era scritto giusto. Chiunque viaggi, per lavoro o per svago, conosce bene lo scempio linguistico che viene fatto nei menù di tutto il mondo dei nomi dei piatti italiani: spagheti arabbata, lasanne bolonnaise, eccetera. Invece lì c’era scritto proprio “cannelloni al sugo di carne”. Pensai che avrei potuto uccidere per dei cannelloni al sugo di carne, ma erano le tre e mezza del mattino. Stavo per tornare verso l’albergo, quando notai che dal ristorante, che era al primo piano rispetto alla strada, veniva luce. Più per curiosità che per la speranza che fosse aperto (un ristorante italiano, in una zona pedonale di Shanghai, alle tre del mattino) salii le scale. Era aperto. Anzi, era pienamente operativo. Non c’era nessun cliente, ma le cameriere erano truccate e in ordine, mi vennero incontro, mi accompagnarono al tavolo come se fossero state le sette di sera e presero le mie ordinazioni (cannelloni al sugo di carne e un bicchiere di Chianti “La Madonnina”). Mentre aspettavo il vino chiamai Peter: “Tutto fatto?” “Tutto fatto” “È stata dura?” “È stata dura” “Mi racconterai quando torni. Grazie. Davvero”. Poi chiamai YL, che da ore bivaccava nell’aeroporto di Singapore con in mano un biglietto aperto per Shanghai, pronto a prendere il primo volo disponibile dopo che avesse sentito da me che il campo era libero.

Di fronte a me la finestra aperta dava su un balcone, e oltre, aldilà del fiume, si vedeva la torre dello Hyatt. Il vino mi rilassava, l’ adrenalina scendeva. Pensai ancora che ero lontano, a migliaia di chilometri da casa, ma stavo mangiando cannelloni al sugo di carne in un ristorante di Shanghai alle quattro del mattino. Iniziai a piangere. Non che singhiozzassi, ma non riuscivo a impedire che mi scendessero lacrime copiose, calde, che mi bagnavano la camicia. Non so perché piangevo. Una specie di struggimento verso me stesso, immerso in una solitudine espressionista, perduto nel vuoto di in un paese enorme, lontano. O forse la tensione accumulata prima, che se ne andava. O forse ero solo triste per cose che non ricordo.

Advertisements
“Io questo lo sego” – 3 (Fine)

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

w

Connecting to %s